EMPORIO CENTRALE

EMPORIO CENTRALE

Un PROGETTO site-specific di Andrea Barzaghi all’interno della redazione di Forme Uniche di Giuseppe Amedeo Arnesano e cura da Stefania Margiacchi (SOCIÉTÉ INTERLUDIO)

Immaginatevi un ufficio di una redazione che, per sua natura, si presenta come un luogo di ricerca, nomade e condiviso. Pensate ora che in questo spazio definito si vadano ad inserire interventi site-specific che vi convivono: sia nel mondo “reale” che in quello “virtuale” l’opera prende forma e cerca di plasmarsi rispetto al suo duplice contesto. 

Adesso proiettateci degli arti fluttuanti che si appoggiano sulle pareti. 

Sono unità di misura approssimativa di lunghezza – come cambia dal luogo la percezione della distanza. Queste braccia si allungano e si accorciano a seconda del posto e rendono plasmabile il tempo e la sua percezione. Muovendosi su traiettorie parallele, tendono ad accelerare e al contempo a rallentare, fino a delle stasi, che sono però di natura frenetica.  Sono riconoscibili ma non realistiche, lontane dalla connotazione anatomica, come se si muovessero in un mondo mimetico che salva gli esclusi – non dalla spalla al gomito ma dal gomito alla mano. 

Sono truciolati che nascono nella composizione bi-dimensionale del disegno e della pittura e che poi si staccano dalla superficie della tela per aprirsi nella terza dimensione, lasciando la funzione di fine diventando mezzo: non è più una lotta nell’intento di riprodurre il tempo (come nella pratica pittorica) ma diventa necessariamente arte del tempo. 

Le braccia sono assi coordinate che tendono al movimento – ma non necessariamente ad una destinazione.  

Sono pertanto segni – la sintesi di un gesto – e sono frecce che indicano direzioni diverse. 

Come quei viaggi che sono fughe centripete e centrifughe allo stesso tempo, traiettorie prospettiche, vortici circolari che tendono a ricercare un appiglio nello spazio. E ancora: movimenti migratori, umanoidi sintetizzati solo in arti superiori che nel movimento ricercano l’auto-definizione. 

E, nelle traiettorie immaginifiche, creano dei percorsi alternativi che possono connettere destinazioni distanti. 

Sono vettori di esodi ma anche connettori invisibili di tutte le traiettorie possibili che non vedono versioni definitive ma, nella loro natura precaria, indicano solo tutti i mondi (e i moti) possibili. 

Trascendendo il possibilismo dell’eventuale imprevisto mettono in potenza uno scenario di congiunzione tra Milano e Torino: oltre ai binari ferroviari e alle tratte aeree e alle autostrade abbiamo un’alternativa che ovvia alla costrizione di una mobilità ridotta. 

Si apre un orizzonte dove l’opera d’arte è connettore di spostamento e congiunzione: Milano-Torino adesso distano poco più di 260.000 braccia tra di loro e sono vagoni, e sono vettori in movimento e nel movimento permettono di spostare anche l’arte, bene non necessario ma di util sociale. 

Stefania Margiacchi 

 
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